Lanfranco Raparo, Marradi

Lanfranco Raparo, Marradi

sabato 16 dicembre 2017

I marradesi nel Minas Gerais

Os admiraveis italianos
de Poços de Caldas
ricerca di Claudio Mercatali


Il Minas Gerais, nel sud del Brasile, a fine Ottocento fu una meta per tanti emigranti italiani, fra i quali un nutrito numero di marradesi. La meta principale era Poços de Caldas, una città appena fondata e quindi si può dire che anche i nostri compaesani contribuirono a farla diventare com'è ora.
La storia di questa gente è stata raccontata da Mario Seguso, discendente da un emigrante veneto, nel libro Os admiraveis italianos de Poços de Caldas, dove parla spesso anche dei nostri compaesani.  Ma andiamo con ordine ...

Poços de Caldas è la principale città della sua regione situata in un altopiano a 1200m di quota media. Il punto più alto della città, con il Cristo Redentor, è a 1686m. La lettera "ç" non esiste nel nostro alfabeto e si legge circa come una "zeta". Il nome significa dunque "pozzi delle (acque) calde" perché Poços de Caldas è dentro ad una caldèra, cioè una valle formata dallo sprofondamento di un enorme vulcano spento in chissà quale era geologica. Dista 243 km da São Paulo , 460 km da Belo Horizonte e 470 km da Rio de Janeiro. I collegamenti sono realizzati con buone autostrade. Questi chilometraggi sono normali per un paese grande come il Brasile.



Il Turismo e la Storia

La città è ben curata, ricca d'acqua sulfurea, che è un' attrazione importante e si può bere in diverse fontane e al Thermas Antônio Carlos. Ci sono anche tante sorgenti d'acqua calda curativa e una funivia per raggiungere la Statua del Cristo Redentor. Prima dell' Ottocento la regione fu abitata dagli indiani Cataguases, cacciati dalle loro terre dai primi conquistatori portoghesi, cercatori d'oro. Poços è stata fondata nel 1872 e il primo nome fu Nossa Senhora da Saúde de Caldas. Oggi conta più di centomila abitanti.

 
La città alla fine dell'Ottocento


Il Clima

Le stagioni sono invertite rispetto alle nostre, perché siamo nell'emisfero sud. La stagione più fredda va da aprile a settembre e ha una temperatura media di 15 °C e le precipitazioni di 315 mm. L'estate è da ottobre a marzo e ha una temperatura media di 21 °C con precipitazioni pari a 1.430 mm. La temperatura media annuale è di 17 °C, con minimi di -6 °C e massime di 31,7 °C.

L'Economia

Questa era ed è una città mineraria e qui c'è una grande miniera di bauxite, che è un minerale dal quale si estrae l'alluminio. Poços de Caldas produce ogni anno 90.000 tonnellate di alluminio primario. La regione ha anche dei giacimenti di uranio. La città è nota per la lavorazione del vetro, secondo le tecniche portate qui dai fondatori delle fabbriche, discendenti dei vetrai artistici di Murano. In città ci sono quattro vetrerie: Ca' D'oro, São Marcos, Veneza e Bonora.

La città negli anni Cinquanta
Come racconta Mario Seguso nel suo libro, alla fine dell' Ottocento lo stato del Minas Gerais fu meta di una forte immigrazione di italiani. Il nome si potrebbe tradurre "Miniere Generali" ed è già chiaro in sé. Le risorse del luogo erano le miniere e le piantagioni di caffé.
Molti emigranti romagnoli dell' appennino cesenate erano operai delle miniere di zolfo della vena gessoso solfifera, che in quegli anni stavano chiudendo perché inadatte ai nuovi metodi di estrazione inventati dall' americano Frasch. Il dramma di questa gente è descritto in tanti articoli della stampa locale, come Il Savio  e Il Cittadino, che si possono leggere qui accanto.

E i Marradesi? Le Agenzie di Reclutamento erano molto attive qui da noi, perché il Minas Gerais è montuoso, con tanti boschi, ha clima temperato e anche freddo, le grandi fazendas (fattorie) si estendono su terreni scoscesi. Dunque tutto sommato l'ambiente era adatto per i nostri emigranti.
I nostri erano soprattutto agricoltori ma c'erano anche molti operai, disoccupati dopo la fine dei lavori lungo la ferrovia Firenze - Faenza. Tutta questa gente aveva scavato quaranta o cinquanta gallerie nell' appennino e sapeva lavorare sotto terra o nei cantieri o negli sbancamenti a cielo aperto. Però una volta in Brasile furono impiegati quasi tutti nella coltivazione del caffè.

Campigno Farfareta (Marradi)

Chi furono gli emigranti che partirono da Marradi? Erano tanti?
Nell' archivio del comune, agli anni 1897 - 98 si trovano pagine intere di famiglie con cinque - sei figli che registrano all' anagrafe la loro partenza verso queste terre. Poi il flusso calò, ma non si interruppe mai fino al 1910 - 12. 

Luigi Tacconi era un pastore di Campigno Farfareta. Come gli altri in inverno faceva la transumanza verso la Maremma. Una vita dura, 200 km da fare a piedi, con il gregge, fino ai pascoli più caldi dove non nevica. Poi in primavera il viaggio di ritorno.
 
 
Sotto: Roccastrada e la Piazza dell'orologio
 
 
 
 
Nel dicembre 1895, il giorno 29 ci fu  il dramma. Nella piazza dell' Orologio, a Roccastrada, Maria Samorì, moglie di Giuseppe, fu trovata morta e le guardie non seppero mai il perché.
 
Così Luigi quell' anno tornò a Campigno vedovo, con le due figlie piccole, Drusilla e Iuginia, e il gregge. La sua disperazione deve essere stata grande, perché l'anno dopo partì migrante per il Brasile, a Poços de Caldas, nel Minas Gerais.
Di tutte queste cose siamo certi perché ci sono i documenti nell' Archivio Storico del Comune di Marradi.
 
 
Anagrafe storica del Comune di Marradi:
atto di morte di Maria Samorì a Roccastrada.
 
Il resto l'ha scoperto la sua bisnipote Sonia Kessar Montevecchi, che ci ha scritto dal Brasile. Ricordate la storia di Domenico Montevecchi di San Adriano emigrante nel Minas Gerais? Se avete l'amnesia consultate l'archivio tematico del blog alla data 1 ottobre 2012 oppure scrivete "Una storia di emigranti in Brasile" nella casella di .ricerca.
Nel Brasile Drusilla sposò Giuseppe Montevecchi e dunque due famiglie di emigranti marradesi, che qui da noi forse non si conoscevano perché Campigno è lontano da San Adriano, si imparentarono là e quindi Sonia Kessar Montevecchi ha la nonna (Drusilla Tacconi) e il nonno (Giuseppe Montevecchi) entrambi di Marradi.

sabato 9 dicembre 2017

I nostri terremoti

La Storia sismica di Marradi
e dell' appennino tosco romagnolo
ricerca di Claudio Mercatali
 
I danni del 1688
(Ing. Ferri, inviato dal Granduca)
 
 
 
La datazione degli eventi sismici avvenuti qui da noi è stata un' opera lunga ma non difficile, perché ci sono tanti documenti antichi che parlano dei terremoti avvenuti.
Con gli archivi delle parrocchie e i resoconti delle autorità Pontificie o Granducali è stato possibile datare tutti i sismi della Romagna Toscana e del Mugello dal 1661 e in parte anche prima.
L'elenco è qui sotto: il primo numero a sinistra è il grado secondo Mercalli, segue la data, l'ora della scossa e il luogo dell' epicentro. Tutti questi eventi furono percepiti anche a Marradi, e soprattutto quelli del 1661, del 1781 e del 1919 provocarono dei danni notevoli. Leggiamo: 
 
08.008.07 1661 22 marzo 12:50 Appennino romagnolo
06.06  1688 04 11 12:20 1688 11 aprile  12:20 Romagna
08.07  1725 10 29 17:40 1725 29 ottobre  17:40 Appennino tosco emiliano
7  06.51781 07 17 09:40 1781 17 luglio 09:40 Romagna
06.06  1874 10 07 1874 07 ottobre Imolese
04.55  1892 12 29 13:48 1892 29 dicembre 13:48 Appennino bolognese
04.04  1892 12 29 20:11 1892 29 dicembre  20:11  Palazzuolo sul Senio (FI)
04.04  1895 05 18 19:55 1895 18 maggio 19:55 Appennino Fiorentino
05.05 1904 11 17 05:02 1904 17 novembre 05:02 Appennino Pistoiese
05.05 1909 01 13 00:45 1909 13 gennaio 00:45 Bassa padana
05.56 1913 07 21 22:35 1913 21 luglio 22:35 Valle del Lamone
05.05 1917 12 02 17:39 1917 02 dicembre 17:39 Galeata
05.05 1918 11 10 15:12 1918 10 novembre 15:12 Appennino romagnolo
07.57 1919 06 29 15:06 1919 29 giugno 15:06 Mugello
03.54 1929 04 10 05:43 1929 10 aprile  05:43 Appennino Bolognese
06.06 1929 07 18 21:01 1929 18 luglio 21:01 Mugello
04.04 1931 04 05 13:34 1931 05 aprile 13:34 Faentino
04.55 1931 09 05 01:25 1931 05 settembre 01:25 Mugello
06.06 1931 12 15 03:31 1931 15 dicembre 03:31 Mugello
07.07 1939 02 11 11:16 1939 11 febbraio 11:16 Marradi
04.55 1952 07 04 20:35 1952 04 luglio 20:35 Appennino romagnolo
04.04 1956 04 26 03:00 1956 26 aprile 03:00 Appennino tosco-emiliano
05.05 1956 05 26 18:39 1956  26 maggio 18:39 Appennino romagnolo
05.05 1956 06 03 01:45 1956 03 giugno 01:45 Appennino romagnolo
04.04 1957 04 17 02:22 1957 17 aprile 02:22 S. Sofia
04.54 1991 01 14 07:38 1991 14 gennaio 07:38 Aretino
04.54 2000 05 08 12:29 2000 08 maggio 12:29 Emilia Romagna
04.04 2001 11 26 00:56 2001 26 novembre 00:56 Casentino
04.54 2003 01 26 20:15 2003 26 gennaio 20:15 Forlivese
 



 I danni del terremoto del 1919 a Barberino del Mugello (sopra) e a Rupecanina, Vicchio.

 
Le intensità sono misurate con la scala del geologo A.Sieberg che nel 1930 aggiornò la scala Mercalli.  
La scala Mercalli - Càncani - Sieberg (MCS) ha il pregio della semplicità, perché all' effetto provocato corrisponde il grado del sisma. Però se l'epicentro è in aperta campagna dove non c'è quasi niente da danneggiare come si fa a stabilire l'entità del terremoto? Per questo oggi si usa la scala Richter, che non è basata sui danni. Però adesso la scala MCS ci serve, perché dei terremoti antichi abbiamo solo la descrizione dei danni.
La scala intera conta dodici gradi ma qui di seguito sono descritti solo i livelli di chiara percezione (IV e V) e quelli dei danni di media e forte entità (VI e VII) perché i terremoti storici avvenuti qui da noi sono compresi fra questi valori.  Ogni tanto leggerete qualche parola insolita, perché questa è una descrizione fatta ai tempi di Mercalli.  

 Don Giuseppe Mercalli, geologo,
ideatore della prima scala
di misura per i terremoti (1908)

 IV grado. Moderato

All'aria aperta non molte persone  percepiscono il terremoto. All' interno delle case il sisma viene invece riconosciuto da un maggior numero di persone, ma non da tutte, in seguito al tremolio, oppure alle lievi oscillazioni dei mobili, in conseguenza delle quali la cristalleria ed il vasellame, posti a breve distanza, si urtano come quando un autocarro pesante passa su un asfalto sconnesso; i vetri delle finestre tintinnano; porte, travi ed assi in legno scricchiolano, crepitano soffitti.
In recipienti aperti i liquidi vengono leggermente smossi. In casa si ha la sensazione che venga rovesciato un oggetto pesante (un sacco, un mobile), oppure di oscillare insieme con la sedia o il letto, come avviene su una nave con mare mosso. Questo movimento tellurico di solito non provoca paura nelle persone a meno che non siano nervose o apprensive a causa di terremoti precedenti. In rari casi si sveglia chi sta dormendo.

Il campanile della chiesa di S.Lorenzo, a Marradi,
prima del 1919 e nel 1930.
Sotto: La piazzetta di Casaglia dopo il sisma
del 29 giugno 1919
 
V grado. Abbastanza forte

Il sisma viene percepito da numerose persone anche da quelle impegnate nelle attività giornaliere, in strada e, se sensibili, anche all’ aria aperta. Nelle abitazioni si avverte la scossa in seguito al movimento ondulatorio dell'intero edificio. Si vedono le piante e le frasche, nonché i rami più piccoli dei cespugli e degli alberi agitarsi, come se ci fosse un vento moderato.
Oggetti appesi come tendaggi, semafori, lampade e lampadari non troppo pesanti iniziano ad oscillare; dei campanelli risuonano; gli orologi a pendolo subiscono un arresto oppure un’ accelerazione, a seconda che la direzione della scossa sia perpendicolare o normale al moto di oscillazione; allo stesso modo gli orologi a pendolo fermi possono riprendere a funzionare; le molle dell'orologio tintinnano; la luce elettrica si mette a tremolare o viene a mancare in seguito ai movimenti che interessano le linee della corrente; i quadri urtano rumorosamente contro le pareti, oppure si spostano; da recipienti colmi ed aperti vengono versate fuori piccole quantità di liquido; possono cadere a terra ninnoli ed piccoli oggetti, così come avviene anche per oggetti addossati alle pareti; gli arredi leggeri possono perfino essere un po’ spostati; i mobili strepitano; le porte e le imposte si aprono e si chiudono sbattendo; i vetri delle finestre si infrangono. Si svegliano quasi tutti coloro che stanno dormendo. In qualche caso le persone fuggono all'aperto.
 
 

Il progetto per il rinforzo del tetto
della chiesa arcipretale
di Marradi (anno 1931)

 

VI grado. Forte

Il terremoto viene percepito da tutti con un certo panico, tanto che molti fuggono all'aperto, mentre alcuni hanno anche la sensazione di cadere.
I liquidi si agitano fortemente; quadri, libri ed analoghi oggetti cadono dalle pareti e dagli scaffali; le stoviglie vanno in pezzi; le suppellettili, anche quelle in posizione stabile, e perfino singole parti dell’ arredamento vengono spostati se non addirittura rovesciate; si mettono a suonare le campane di dimensioni minori nelle cappelle e nelle chiese, gli orologi dei campanili battono le ore. In alcune case, anche se costruite in maniera solida si producono lievi danni: fenditure nell' intonaco, caduta del rivestimento di soffitti e di pareti. Danni più gravi, ma ancora non pericolosi, si hanno su edifici mal costruiti. Si può verificare la caduta di qualche tegola e pietra di camino.

 
VII grado. Molto forte

Ragguardevoli lesioni vengono provocate all’ arredamento delle abitazioni, anche agli oggetti di considerevole peso che si rovesciano e si frantumano. Rintoccano anche le campane di dimensioni maggiori. Corsi d' acqua, stagni e laghi si agitano di onde e s' intorbidiscono a causa della melma smossa. Qua e là, scivolano via parti delle sponde di sabbia e ghiaia.
I pozzi variano il livello dell' acqua in essi contenuta. Danni modesti a numerosi edifici se solidamente costruiti: piccole spaccature nei muri, caduta di parti piuttosto grandi del rivestimento di calce e della decorazione in stucco, crollo di mattoni e in genere caduta di tegole. Molti camini vengono le si da incrinature, da tegole in caduta, dalla fuoruscita di pietre; i camini danneggiati crollano sul tetto e lo rovinano. Dalle torri e dagli edifici più alti cadono le decorazioni non ben fissate. Nelle costruzioni a traliccio, risultano ancora più gravi i danni ai rivestimenti. In alcuni casi si ha il crollo delle case mal costruite oppure riattate.
 
 Le isosisme del terremoto
del 15 dicembre1931,
con epicentro a Marradi.

Leggendo l'elenco cronologico si può avere l'impressione che in tempi recenti i terremoti siano avvenuti più spesso, ma  in realtà questo dipende dal fatto che le notizie antiche sono più scarse e di qualche evento non ci è giunta memoria. Dunque questa è la nostra "storia sismica", con il succedersi dei vari eventi e con i danni che gli abitanti della Val Lamone dovettero sopportare di volta in volta.
 
 
Tutto ciò ci può essere utile in qualche modo o è solo storia?
 
 
Secondo un'ipotesi accettata da molti ma criticata da altri il succedersi degli eventi in una certa zona tende a ripetersi ad intervalli quasi costanti, che sarebbero i tempi di ricarica delle tensioni nel sottosuolo. Secondo questa teoria siccome i sismi significativi qui da noi furono quelli nel 1542, 1661, 1781, 1919 a distanza di 120 - 140 anni uno dall' altro, dovremo aspettarci una scossa dello stesso genere nel 1919 + 130 = 2049 ossia circa alla metà di questo secolo.

Fantasia? Non tanto, perché in effetti le rocce del sottosuolo, a diversi chilometri di profondità, sono sottoposte alle tensioni dovute al sollevamento dell' Appennino, che non è finito.
L'accumulo delle tensioni mette le rocce sotto uno sforzo progressivo e alla fine c'è la rottura, lo scarico delle forze accumulate, che si manifestano come un'onda sismica. Poi il ciclo si ripete e lentamente si genera un nuovo accumulo di forze che si scaricheranno con il terremoto successivo.   Però non tutte le cose per noi logiche sono vere e non tutte le cose vere sono logiche. Parliamo di fenomeni profondi, che non possiamo osservare, e quindi non possiamo essere certi di niente.
 
Non preoccupiamoci più di tanto perché dalla mappa degli epicentri degli ultimi anni la nostra zona risulta una delle meno sismiche del circondario.

 
Fonti: Chi non ne ha avuto abbastanza può navigare in questi siti:


Qualche mappa epicentrale si può trovare su cnt.rm.ingv.it
Gli epicentri dei terremoti che avvengono in Italia e le stazioni sismiche della Rete Nazionale sono su: iside.rm.ingv.it
Le foto dei siti della Rete sono su http://www.flickr.com/photos/ingv/
 
 

sabato 2 dicembre 2017

1434 - 1459 Le lettere di Ludovico Manfredi

L'ultimo conte
di Marradi  
implora la grazia
ricerca di Claudio Mercatali

  
Il Carcere delle Stinche ai primi
dell' Ottocento
(ricostruzione di Paolo Borbotti)

Ludovico Manfredi, conte di Marradi, fu l'ultimo signore della Rocca del Castellone.
Nel 1425 circa, entrò in lite con il Comune di Firenze e i Fiorentini ad un certo punto lo invitarono in città per trattare. Era un tranello e appena arrivato fu imprigionato nel carcere delle Stinche, dove rimase per più di trent' anni. Marradi, come gli altri comuni della Romagna Toscana, venne inglobato nella Signoria di Firenze.
Il fatto è già stato raccontato su questo blog, ed è nell'archivio alla data 06.02.2012. Chi volesse saperne ancora di più potrebbe consultate il libro "La via del grano e del sale" di Giuseppe Matulli, disponibile alla biblioteca di Marradi.
 
Ludovico dopo qualche anno dal carcere cominciò a scrivere ai Medici e ad altri implorando la grazia. Nella prima metà del Quattrocento i Medici non erano ancora del tutto Signori della città e perciò le lettere indirizzate a loro in questo periodo sono in un fondo dell' Archivio di Stato chiamato "Mediceo Avanti il Principato". Ci sono giunte alcune lettere indirizzate a Cosimo il Vecchio, politico e banchiere, capostipite della famosa famiglia e ad Averardo de' Medici.
 

 Leggiamo questa del 2 novembre 1434, spedita ad Averardo de' Medici, che sei anni prima era stato al comando delle truppe che avevano conquistato il Castellone:

"Magnifico padre e maggiore mio: sentendo del ritorno e buona condizione vostra mi piace sommamente per ogni rispetto, e quanta cosa che essere potesse mi dà speranza ferma di essere per vostra grazia e operatione di tanta miseria liberato ...".
 



Ludovico ha una bella scrittura e se ingrandite l'immagine potete leggere da soli il resto della lettera, ma dovete avere la pazienza di risolvere tanti rebus, perché in sei secoli la lingua è cambiata ..
Vi siete già arresi? Allora riassumendo la lettera: Ludovico ricorda ad Averardo che fu imprigionato con l'inganno, anche se aveva un salvacondotto e che è disposto ad andarsene ovunque, in qualsiasi parte del mondo pur di avere la libertà ..."

 
Cosimo il Vecchio in un dipinto di Benozzo Gozzoli,
(Cappella dei Magi, nel Palazzo Medici Ricciardi)
 
La liberazione non ci fu e allora Ludovico si rivolse al papa Eugenio IV, che nel 1438 - 39 era spesso a Firenze, dove si teneva il Concilio per la riunificazione della Chiesa Romana con quella di Costantinopoli. Lo studioso Giuseppe Matulli ci dice che dedicò al papa questa poesia:

 

Speranza, fede e carità, Signore
Sommo, mi mosse a mostrarti l'affetto
dell'ardente mio cor, tanto perfetto
da conservar tuo bene e tuo onore.

Onde meglio sperava, stò in piggiore
carcere tenebroso più ristretto
confinato per sempre e con dispetto.
Soccorri a me Santissimo Pastore.
....
Del fallo sie perdono,
e se non meglio, almanco nello stato
ritorni innanzi tal notificato.

 
Dalle Carte Valgimigli Biblioteca Manfrediana, Faenza
  

Giovanni VIII Paleologo
va a Firenze per il Concilio
(Palazzo Medici Ricciardi)

 
In effetti in occasione dei Concilii spesso c'erano indulgenze e amnistie e forse Ludovico avrà sperato, soprattutto quando seppe che da Ravenna il corteo dei dignitari bizantini era arrivato a Firenze passando da Marradi. Però l'amnistia per lui non ci fu. Dagli storici dell' epoca sappiamo che l'imperatore Giovanni VIII Paleologo e il Patriarca di Costantinopoli passarono dal Passo della Colla. A Faenza attesero molti giorni e poi dopo un faticoso viaggio di tre giorni arrivarono a Firenze. Era il 7 febbraio 1439.
 

 
Il 2 febbraio 1439 Giuliano Cesarini, cardinalis sancti angeli, scrisse da Faenza a Cosimo de Medici
                                                           
  La lettera del cardinale Cesarini
 
“... Spettabile uomo e fratello umanissimo, sono qui a Faenza con l’imperatore e altri greci. Sollecitiamo l’invio di cavalli e muli e poiché vi sono 200 greci da condurre, servono 150 muli. Fate spedire i cavalli e i muli con ogni diligenza possibile e celermente, perché non possiamo aspettare di più senza gravi spese e incomodità ".

Nel 1440 Firenze era in crisi, perché in primavera il condottiero Nicolò Piccinino, al soldo del Duca di Milano, era penetrato nel Mugello da Marradi e l'aveva devastato. Il 29 giugno Firenze lo sconfisse in un' importante battaglia ad Anghiari (Arezzo) ma il pericolo rimase. Il 25 luglio 1440 Ludovico scrisse questa lettera a Cosimo il Vecchio e si offrì di combattere i Milanesi:
 

 

"Magnifico domine mio, tempo è passato meglio che mai .......  sperando la grazia e virtù vostra per la mia liberazione dalla quale risulterà prestissima ruina di vostro e miei inimici, per dio dìgnati di farlo signor mio che non avete stimadore né partigiano più fervente di me a confermare ed esaltare lo stato vostro, ma che per ogni rispetto desidera di più servire alla magnificienza vostra alla quale mi raccomando"          die 25 luglio 1440

 La grazia non venne concessa nemmeno questa volta. Dopo qualche anno (1448) Ludovico scrisse di nuovo a Cosimo e a suo padre Giovanni, questa volta in versi.

Consumata l'età, perduto l'avere
Ove bene speranza in grave lucto
Sei anni con diciotto mal conducto
In carcere tetra son contra dovere,
Misericordia degna far sapere,
Ora piacerti che non più distrutto
Da chi può sia, perché a tutto
E signori solo possono provvedere
Miei germani siano qui convocati
E se possibil fosse a lor lasciarmi
Ditelo perché niun trovi ogni sospetto
In grazia tengo che ben servatevi
Certo siate sono pronto a servirvi
In tutti i luoghi vi sarò soggetto

La poesia è bruttina, però è originale: le prime lettere di ogni verso, lette in verticale, formano le parole "Cosimo de' Medici". Un'altra poesia, dedicata a Giovanni, padre di Cosimo, in latino e un po' in italiano, dimostra che Ludovico aveva una certa cultura. E' quella a destra nel documento qui sopra. Comincia così:
 
Johannes qui gratia Dei fertur (Giovanni che è portato dalla grazia di Dio)
Ornato di virtù, ben fortunato
Hor mi soccorri si che sventurato
A domini fides morbi servatur (è protetto dalle malattie dalla fede nel Signore)

........... ecc ..............

Chi vuole sapere il resto lo può tradurre dall' originale qui sopra. Ora ci basta notare che qui si viene a formare la parola "Johannes Medici" in verticale.

Come andò a finire il disgraziato ultimo Signore di Marradi?
Nel 1459 era ancora in carcere e forse venne liberato di lì a poco su richiesta del Duca di Milano. L'ultima sua lettera è del 7 agosto 1459 ed è qui accanto. Invoca ancora la grazia e nelle ultime righe ricorda ancora il Castiglionchio, che non vedrà mai più.
 

Fonti: Archivio Mediceo Avanti il Principato

Vol.3 filza 66, pg 63 n° 36 lettera del 2 agosto 1434 ex carcere Stincharum (ad Averardo)
Vol.1 filza 11, pg 21 n° 393, lettera del 25 luglio 1440 (a Cosimo)
Vol.1 filza 8, pg 138, n° 70 (r,v) sonetti del 31 dicembre 1448 (per Cosimo)
Vol.4 filza 138, pg 296, n°52 lettera 7 agosto 1459 (ultima di Ludovico)
Vol.1 filza 11, pg 206 , n° 216 lettera del 2 febbraio 1439 (del cardinale Cesarini)
 
Altri documenti non usati in questo articolo:

Vol.1 filza 9, pg 160, n° 181 lettera dell' 8 settembre 1455
Vol.1 filza 8, pg 138 (r,v), n° 63, lettera del 19 ottobre 1448

domenica 26 novembre 2017

Le istanze al Gonfaloniere

Le richieste dei marradesi
dal 1819 al 1822
ricerca di Claudio Mercatali
 

Marradi all’inizio dell’Ottocento

  

Nel linguaggio giuridico un’istanza è:  Un atto di impulso a procedere; cioè il proponente chiede di adottare provvedimenti per realizzare dei propositi inattuati”.
 
Le istanze si fanno anche oggi, per esempio quando si fa una richiesta al Sindaco, però al tempo del Granduca, questa era l’unica via per rivolgersi alle Autorità. Nell’Archivio del Comune ci sono tanti fascicoli pieni di istanze, e per questa ricerca sono stati sfogliati quelli del triennio 1819 -1822. Perché proprio questi anni?
Il motivo è che i documenti sono intatti e poi questi non furono anni di particolari richieste e quindi le istanze rispecchiano la realtà quotidiana. Si chiedeva di tutto e di più. Questa che segue è una serie di richieste particolari o curiose. Il Gonfaloniere del Granduca, che era una specie di Sindaco, doveva avere una gran pazienza per sorbirsele tutte. Leggiamo:

Anche allora, come oggi, ogni tanto l’Amministrazione chiudeva la Piazza e questo provocava le proteste dei barrocciai, dei vetturali e dei commercianti:

“Illustrissimi Gonfalonieri e Priori di Marradi, i sottoscritti possidenti, umilmente servi delle S.ill. vostre, vi rappresentano che avendo preferito con la deliberazione del 22 julio 1819 di chiudere la piazza di Marradi ai carri barrocci e alle vetture a ruota, all’oggetto di salvare il lastrico della mede­sima, i sottoscritti tenendo per il proprio uso un magazzino per ciascuno in detta piazza, onde depo­sitarvi le proprie derrate, godono della servitù attiva di trasportarle ai rispettivi magazzini. Questa servitù viene tolta da detta deliberazione, che non fa eccezioni. Perciò riverentemente imploriamo che venga fatta conveniente eccezione per i possidenti”. 

Questo è quanto, Antonio Bandini  e Francesco Piani   27 luglio 1819

 Il dottor Taddei, medico condotto di campagna, si sente invecchiato e chiede di essere asse­gnato al servizio in paese. Perciò muove istanza:

“Illustrissimo Rappresentante del Comune di Marradi, incomodi di salute obbligano il dottor Fran­cesco Taddei medico attuale di campagna a rinunziare al suddetto impiego. Un indefesso servizio per anni diciassette e grandi fatiche hanno deteriorato non poco la di lui salute. Prega pertanto la Si­gnoria vostra a volergli concedere l’impiego di medico, vacante, del paese, lusingandomi che Ella avendo in considerazione il laborioso e lungo servizio prestato non vorrà allontananrsi da quei prin­cipi di equità non accordandogli giustamente quanto domanda”.
5 novembre 1819  Devoto e ottimo servitore Francesco Taddei

 Però la sua istanza viene considerata poco, e il Gonfaloniere gli dà la condotta contro voglia, perché preferirebbe uno più giovane. E allora Taddei, risentito, scrive così:


“Ill.mi Rappresentanti del Comune, stanco il dott. Francesco Taddei di esercitare l’infame profes­sione di medico e di mangiare il duro e doloroso pane di fave, avendo inteso di essere stata rinviata per ben due volte la domanda da lui fatta per l’impiego come medico del paese e facendo matura ri­flessione sopra al pericolo che ha corso di vedersi postposto ad altro Soggetto nella medica profes­sione ancor bambino, e privo di titolo, … considera che il Magistrato nulla ha apprezzato il diritto che gli dava un lungo servizio d’anni diciassette unito ad anni ventiquattro di professione medica, diritto riconosciuto dalle nazioni le più incolte, meno che dal Consiglio di Marradi. L’esponente ora si ritrova nella dura necessità di rinunziare all’impiego di medico del paese involontariamente con­feritogli, comunicandovi che al primo di dicembre cessano in Lui tutte le funzioni sia di medico del paese che di campagna”.
 
… 19 novembre 1819   Devotissimo servitore dottor F. Taddei


Vincenzo Bombardini aveva una bottega, dove suo figlio faceva il macellaio, e la vendette. Così suo figlio fu sfrattato e si rivolse al Gonfaloniere, con molte pretese:

“Sig. Gonfaloniere di Marradi, Domenico Bombardini, gestore del terzo sito dei macelli (= della macelleria n°3) rispettosamente le fa presente come il di lui padre Vincenzo, per provvedere i propri interessi, il 2 marzo vendè al sig. Antonio Cavina Pratesi la Bottega, che sta sotto la casa di detto Pratesi e nella quale lo Scrivente teneva in vendita le carni macellate.
Il compratore, volendosi servire per proprio uso della stanza, ha già dato disdetta alla bottega perché sia lasciata alla fine di aprile prossimo. Lo scrivente, non avendo fin qui trovato, nonostante le sue diligenze, una bottega per poter proseguire detta Vendita, ricorre alla signoria Vostra implorando che gli sia assegnata una Bottega, pronto a retribuire quella pigione che verrà determinata da periti, nel caso che il proprietario non voglia convenire amichevolmente. Le botteghe che attualmente si trovano appigionate sono quelle degli eredi di Ottavio Ravagli, tenuta in affitto da Jacopo Mali­gnoni(?) nella piazza di Marradi, quella di Alessandro Francini, sulla via del Magazzino, tenuta in affitto da Francesco Mancorti e quella di Giuliano Bini in detta via non appigionata ad alcuno, la quali sembrerebbero all’esponente convenienti …

Che è quanto, 26 febbraio 1820  Domenico Bombardini

 
La bella casa di Loiano
(è il primo podere
del comune di Brisighella)
 
 
La tassa di famiglia era un’importante imposta comunale. Contro l’importo da pagare ogni anno tanti cittadini facevano istanza al Gonfaloniere. Ecco tre motivazioni singolari:
1) Giovanni Bassetti fino al 1818 abitò a Zana (un podere lungo la strada per Lutirano) e nel 1821 si trasferì a Loiano, il primo podere del Comune di Brisighella, dopo Marignano. Quando ricevette la cartella della tassa fece rispettosamente notare al Gonfaloniere di Marradi che in pratica si era trasferito all’estero (Brisighella era nello Stato Pontificio) e quindi il pagamento non era dovuto.

19 giugno 1819 Per lui, illetterato, scrive Luca Fabbri



Questa è la Casetta di Valmarola
(di fronte a Casa Carloni, oltre il fiume).
Nome di bellissima etimologia:
Val = in basso, maré = sito zappato,
ola = diminutivo.
Totale: "Poderetto in basso,
lavorato con la marra, la zappa".


2) “Ill.mo Gonfaloniere e Priori, Bartolomeo Bandini, pigionale miserabile domiciliato alla Casetta di Valbarola, umilissimo servo delle Signorie Vostre rispettosamente vi rappresenta di essere stato gravato della tassa di famiglia per la somma di lire sei. L’esponente, atteso il suo stato di miserabi­lità, domanda che gli venga diminuita la tassa da pagare fino a quell’infima somma che è solito pa­gare un miserabile pigionale.

24 marzo 1820 Per lui, illetterato, M.Bettini


Casa Turpino è poco prima
della Badia del Borgo.

3) Ill.mo Gonfaloniere, Domenico del fu Benvenuto Benerecetti, proprietario, domiciliato a Ca’ di Turpino, alla Badia del Borgo, umilmente fa presente che essendo alla grave età di 104 anni, l’età sua merita lo sgravio totale dalla tassa di famiglia, che gli è stata imposta, avendo quella per tanti anni pagata.
 
                    24 marzo 1820 Scritta per commissione da M.Bettini
 
 
A fianco: ... Domenico del fu
Benvenuto Benericetti... 
 
 
  
Il Gonfaloniere presiedeva il Consiglio dei Priori, una specie di “consiglio comunale” i cui membri erano sorteggiati anno per anno fra i possidenti. I Priori assenti alle adunanze dovevano fare un’istanza di giustificazione, altrimenti pagavano una multa. Leggiamo:
 
“Francesco Montaguti di Cignano, Priore, per la stravaganza del tempo non intervenne all’adunanza del 4 marzo 1820, come consta dall’allegato del proprio parroco. Implora pertanto la soluzione della multa incorsa per tale involontaria mancanza”.
19 marzo 1820,  di mano propria Francesco Montaguti

“Ill.mo Gonfaloniere, Vincenzo Visani, Priore, stante il tempo piovoso e la lontananza di Marradi da Valdimora, luogo della sua abitazione, non potè intervenire all’adunanza del 29 aprile 1820 e fa istanza per essere assolto dalla penale di lire 10, comminata in base alla legge del 16.09.1816.” 
Che è quanto, Marradi, 20 dicembre 1820

Anche allora un impiego fisso in Comune era una buona sistemazione:

“Ill.mo Gonfaloniere, Marco Fabbri, possidente domiciliato a Popolano, informa che resta tuttora vacante l’impiego di perito di strada (= cantoniere) della loro Comunità… e fa presente come egli abbia ogni capacità per detto impiego”.          Che è quanto,  19 aprile 1820

 Il cappellano del carcere chiede un aumento di paga:

“Spett. Gonfaloniere, si presenta a Voi Giovan Battista Nannini, cappellano dei carcerati del Vicariato di Marradi, al quale viene corrisposta un’elemosina di lire 2 per ogni messa, ogni dì festivo tutte le volte che vi sono dei carcerati. Il medesimo comunica alla Signoria Vostra che si trova necessitato a rinunciare al suddetto incarico se non gli viene determinata una fissa annuale provvisione, perché l’esponente deve sempre stare a disposizione del Tribunale …”

24 maggio 1820 in fede Giovan Battista Nannini

Un editto di Napoleone del 1808 aveva imposto la chiusura e l’esproprio dei monasteri. Il Co­mune era diventato proprietario del convento dell’Annunziata e nel 1820 lo mise in vendita. Gli immancabili Fabroni offrirono 765 scudi e credendo di aver vinto l’asta fecero questa istanza al Comune:

“Il Sig- Giovanni Carlo Fabroni venendogli supposto che l’offerta da lui fatta di 765 scudi per l’acquisto del convento dell’Annunziata non sia stata superata da alcuno, fa istanza che dal Magistrato loro venga opportunamente approvata la liberazione dello stabile a favore di sé e dei suoi germani fratelli” … … 5 agosto 1821,   Giovanni Carlo Fabroni

Non sapeva che il sig. Francesco Piani aveva fatto un’istanza con una offerta di 500 francesconi, cioè più alta della sua. Così cominciò una lunga disputa. Che moneta era il “francescone”? Per saperlo occorre leggere il riquadro qui accanto.

 L’impresario:

“Pietro Bombardini di Forlì, impresario del Regio Teatro degli Animosi, prega il Gonfaloniere che sia a degnarsi di esentarlo dalla solita tassa di lire 40 dovuta per la gestione di detto teatro”.

10 febbraio 1821, Vostro Pietro Bombardini, impresario

Il Comune aveva mandato Maria a imparare l’ostetricia, però succede che:

“Gonfaloniere e Priori del Comune, Maria Cavina, levatrice, umilmente vi rappresenta che essendo stata mantenuta a spese della nostra Comunità per mesi diciotto nell’ospizio maternità della città di Firenze, onde apprendere l’arte di ostetricia, ed essendo stata in quella matricolata, il 7 settembre 1821, si trasferì in Marradi per esercitare la sua detta professione. E siccome non dando questa Co­munità sufficienti mezzi per vivere onestamente, è costretta a trasferirsi altrove” ...
28 marzo 1821,   Maria Cavina

L’arciprete spesso chiede al Comune i soldi per pagare il predicatore per la Quaresima e il più delle volte il Comune si rifiuta. Allora il parroco fa questa “offerta”:

Ill.mo Gonfaloniere, io Lorenzo de’Pazzi, arciprete di S.Lorenzo in Marradi, trovo somma difficoltà e imbarazzo a trovare il predicatore per la Quaresima e faccio perciò reverente istanza perché il Comune ogni anno provveda. Prometto di non intrigarmi in tale elezione e di cedere Loro qualunque diritto di scelta, se il Comune si obbligherà a somministrare la solita quota per il mantenimento del predicatore” ….2 marzo 1822, Lorenzo de’Pazzi, suddito Vostro

 Il Pretorio (cioè il palazzo comunale) ha le fogne rotte:

Ill.mo Gonfaloniere, Giuseppe Lasi, fabbro in Marradi, rappresenta alla Signoria Vostra che trovandosi la sua casa a contatto coi condotti del Pretorio destinati a raccoglie le immondezze, si ingorgano in quelli le acque dei tetti, si infiltrano nei muri e vengono a far capo nel corridoio di casa mia. Marradi, 23 aprile 1822

 
Anche il becchino ha qualcosa da chiedere. Nel cimitero ci sono degli alberi di gelso, e le foglie si possono vendere agli allevatori dei bachi da seta. Le ha sempre prese lui, ma ad un certo punto il Comune glielo vieta e allora:

“Angelo del fu Francesco Gargani, becchino, umilmente espone a Voi esistere nel Campo Santo quattro gelsi assai vecchi che producono annualmente circa 150 libbre di foglia della quale ha sempre goduto il Richiedente e prima di lui suo padre ora defunto, con il patto verbale di dover provvedere in proprio alla spesa della calcina per stuccare le lapidi. Avendo inteso che la Comunità intende ora godere in proprio della vendita di detta foglia, io Angiolo Gargani chiedo di poter continuare a fruire del beneficio finché i quattro gelsi avranno vita” …

E’ tutto, 21 maggio 1822 Angiolo Gargani

 Il cavallo del dottore:

Ill.mo Gonfaloniere, i sottoscritti rappresentano alla Signoria Vostra la necessità di provvedere al chirurgo la necessaria cavalcatura, in un paese dove questa difficilmente si trova in caso di bisogno urgente. Essi chiedono, con proporzionato aumento di stipendio, che sia ingiunto al predetto chirurgo l’obbligo di tenere a disposizione un cavallo.

16 ottobre 1822 Marco Fabbri, Domenico e Giuseppe Albonetti, Pietro Bandini