Marradi, inizio del '900

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lunedì 14 novembre 2011

1629 I proverbi raccolti da Orlando Pescetti

Leggiamo qualche detto di un marradese
di quattro secoli fa.
di Claudio Mercatali




Orlando Pescetti nacque a Marradi nel 1556 e morì a Verona nel 1622 o 1624. Oggi qui in paese questo cognome non c’è più, ma nei vecchi documenti del Settecento e dell’Ottocento compaiono diversi marradesi che si chiamavano così, perché questa fu un’antica famiglia di notai e scritturali. C’è anche una via intitolata ad Orlando e, com’è noto, è il tratto di strada che va dalla Chiesa arcipretale all’Asilo.
Il nostro uomo era un professore, erudito e letterato di un certo valore. Tutte le sue biografie dicono che scrisse la tragedia Giulio Cesare, che forse ispirò Shakespeare nell’ opera che porta lo stesso nome. Non è il caso di leggere ora questo scritto, perché secondo il gusto letterario odierno le tragedie e le commedie del Seicento sono quasi sempre pesanti e sgradevoli e per giunta questa è anche modesta. Però si può dare una scorsa ai Proverbi Italiani, che Pescetti raccolse in un grosso volume di 286 pagine, edito e ristampato diverse volte, perché ebbe un certo successo. Useremo l’elegante edizione veneziana del 1629, di cui qui accanto si vede la prima pagina. Il libro è organizzato per temi. Leggiamo:

  • Il chiedere
Chi non cerca non trova, chi non domanda non ha.
Quando tu vedi il lupo non cercare le sue pedate.

  • Il certo
E’ meglio il poco oggi che il molto domani.


  • Il chiaro e il manifesto

E’ ben cieco chi non vede il Sole.
Mostrare a uno il morto sulla bara.
E’ come la predica del pievan Arlotto, che una parte non l’intese lui, una gli uditori, e una terza né l’uno né l’altro.   

Via Pescetti (Jum Maré)  
prima dei bombardamenti del 1944. 
  • Il conoscere
E’ più conosciuto che l'ortica al tatto.
Non ogni uccello conosce il buon grano.
A pignatta che bolle non si accosta la gatta.


  • La contentezza
Sempre stenta chi non si accontenta.
Casa per abitare e vin per bere, terra quanta se ne può vedere.
La bella non vuol me, la brutta non voglio io, tristo a me, che farò io?


 Pescetti è piacevole quando si dilunga un po’ e si lascia andare. Così si scopre che la sua prosa è facile e a volte anche un po’ boccaccesca:


  • Il guardarsi
Guardati da alchimista povero, da medico ammalato, da subìta collera, da matto attizzato, da huomo deliberato, da femmina disperata, da odio di signori, da huomo che non parla, da cane che non abbaia, da giuochi danarosi, da praticar con ladri, da osteria nova, da puttana vecchia, da opinion di giudici, da dubitation di medici, da serva ritornata e da furor di popolo.

  • Il cercare
Tre cose si cercano che non si vorrebbero trovare: se i calcagni sien rotti, se il cesso sia lordo, se la moglie sia puttana.


Il libro dei Proverbi va avanti di questo passo per tante pagine, e a scorrerle si incontrano delle massime gustose. Eccone dieci, selezionate qua e là: 



La Luna non si cura dell’abbaiar dei cani.
Raglio d’asino non va in cielo.
Chi dà e ritoglie il diavolo lo ricoglie.
Chi dona all’indegno due volte perde.
Chi dorme non pecca.
La buona roba non fu mai cara.
Non si è esperto aratore se qualche volta non si fa un solco torto.
Gli errori dei medici sono coperti dalla terra, quelli dei ricchi dai denari.
Se un nasce gallina convien che razzoli.
La notte è madre dei consigli.

L’ultimo proverbio del libro è il classico “vendere la pelle dell’orso prima di averlo preso”. Il significato sarebbe chiaro, ma Pescetti ci racconta un storiella che secondo lui avrebbe dato origine al detto:

“Diede un hoste da mangiare a tre giovani che haveano deliberato di andare a caccia di un terribile Orso che in quella contrada facea gran danni, avendo essi promesso che preso che avesser l’Orso, e venduta la pelle, il soddisfarebbono intieramente. I giovani andati, subito che vider l’Orso, la diedero a gambe. Uno si salvò sopra a un albero e l’altro che avea miglior gambe, si trasse in sicuro e il terzo fu raggiunto dall’orso e, come vide di non poter scampare, si gettò in terra con la faccia in giù e si finse morto, sapendo che l’Orso quando crede che l’animale che gl’ha preso sia morto, non gli dà più noia. L’Orso, per chiarirsi se egli era veramente morto, accostatogli il viso nell’una delle tempie, si ingegnava di voltarlo sottosopra, per vedere se alitava. Poiché si era affaticato un pezzo indarno, finalmente credendolo veramente morto se n’andò. Ora disceso quel che sull’albero era salito e raggiunto il compagno domandò che cosa la bestia gli avesse detto nell’orecchio mentre egli era disteso in terra, e lui rispose: egli mi ha detto questo consiglio, che io non debba più vender pelle d’orso se prima non l’ho preso”.


Le illustrazioni sono prese dall'edizione originale del 1629

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