Marradi, inizio del '900

Marradi, inizio del '900

mercoledì 7 dicembre 2016

L'ultimo Granduca

Gli ultimi anni del governo 
mediceo a Marradi 
ricerca di Claudio Mercatali



Giangastone de’ Medici (1671 – 1737), ultimo granduca di questo casato, regnò per quattordici anni, oppresso da una corte bigotta e intollerante, depresso fin dall' infanzia dalla madre egoista e dal padre esagitato.
Dissoluto, depravato e vizioso, ma anche colto e raffinato, fu messo per forza sul trono, e reagì standosene sempre a letto, in una camera in cui venivano sparsi mucchi di fiori profumati per coprire i cattivi odori, tra cortigiani dediti alla crapula, senza amore da parte della città.

Un “re” da dimenticare. Fu sepolto alle Cappelle Medicee ma la sua cripta subì una specie di damnatio memoriae e se ne persero le tracce. Solo di recente è stata ritrovata sotto un tombino dietro l'altare maggiore.
In questa situazione l’amministrazione del Granducato andò in malora e i comuni furono abbandonati a se stessi, soprattutto quelli poveri e poco importanti come Marradi. In questi anni si toccò uno dei punti più bassi della storia del Comune. Il degrado era già evidente anche qualche anno prima del governo di Giangastone.
Non c'erano i soldi nemmeno per pagare le guardie di confine che, avendo fame, visti alcuni buoi al pascolo nelle vicine terre dello Stato Pontificio, secondo lo storico Antonio Metelli  si arrangiarono così:

“Nel 1716 errando a Marignano per avventura in prossimità dei confini alcuni buoi al pascolo, scortivi dai soldati del Duca, tanto fecero che sbrancatovi maliziosamente un bove, e cacciatolo oltre confine, lo fulminarono con gli archibugi e scorticatolo in cospetto di molti se lo mangiarono …”

Dal 1731 al 1736 fu Cancelliere del Capitanato di Marradi un certo Giovan Michele Nuti, che si barcamenava fra problemi più grandi di lui scrivendo continuamente a Firenze per sapere come si doveva regolare.

Messer Nuti era preciso nelle sue cose e ci ha lasciato una filza di documenti ben ordinati, con una bella copertina a colori. In quegli anni non avvennero dei fatti importanti, però di "negozzi" e grattacapi ne capitarono parecchi. Non mancarono nemmeno gli imprevisti.

La filza delle lettere
di messer Giovan Michele Nuti
Cancelliere del Capitanato di Marradi 
dal 1731 al 1736


Nel 1732, a causa di una piena, crollò il ponte di S.Eufemia. Il Magistrato di Brisighella (= il comune) fece sapere che una parte della spesa sarebbe toccata ai marradesi, perché anche loro usavano quel ponte. Il Capitano Nuti fece fare una stima da un ingegnere e risultò un preventivo doppio di quello che in un primo tempo si era previsto. Il Comune non aveva soldi e quindi tassò i possidenti del paese, come chiedevano le autorità pontificie.

Non fu semplicissimo dire tutto questo ai signori di Marradi, 
come si legge in questa lettera:

"Si trasmette a questo eminentissimo Priore la perizia al ponte di S.Eufemia, che quant'unque sia assai maggiore dell'altra già inviata, non credo possa apportare alcuna ombra se si riflette che la prima fu fatta da un semplice muratore che non può avere alcuna esperienza di tali fabbriche e la seconda è stata fatta da un architetto ben noto alla reverenda Camera Apostolica (= all' amministrazione pontificia). Intanto gliene mando la notifica acciocché possa cooperare per il buon esito, mentre io non mancherò. Perciò che concerne le collette possedute dai signori marradesi, ho stimato bene di non parlarne alla conferenza Magistrale (= al Consiglio comunale) tenuto questa mattina, per non esacerbare gli animi ...".   Data incerta, lettera del 1732 o del 1733
   


Nel 1732 uno sconosciuto rimosse le pietre confinarie nella zona di Beccugiano, allargando un po' lo Stato della Chiesa a scapito del Granducato e del comune di Marradi.

La villa di Beccugiano oggi (è quasi in cima al passo per Lutirano).





Si rischiava un incidente diplomatico e messer Nuti pensò bene di chiedere consiglio a Firenze prima di prendere delle iniziative. Dalla capitale gli risposero così:

"Magistrato Vostro, si è veduto dalla vostra lettera riguardo ai confini del Granducato con quello della Santa Sede, che si sono ritrovati i Termini rotti a Luiano, al Poggiolo delle Lame e a Beccugiano, e paga bene che li abbiate serbati, ammassati nella villa e datomene conto, ma adesso manco di ordinarvi altro intorno alla questione, perché si va trattando a Roma sulla questione e perciò bisogna aspettare la futura primavera a restaurare questi Termini, lasciandoli ora costì".
E che il Signore vi guardi,
Firenze 11 dicembre 1732

Le suore Domenicane di Marradi erano proprietarie di Sambruceto, dove c'era la sorgente dell' acquedotto principale del paese. Per un antico accordo esse ne concedevano l'uso pubblico in cambio dell'uso gratuito dell'acqua per il monastero. In quegli anni avanzarono delle pretese verso il Comune, forse per ottenere un po' di soldi, e il Capitano Nuti scrisse di nuovo a Firenze, perché anche questa era una questione delicata.





Questa volta il Governo granducale si fece sentire con decisione, e rispose così al Capitano di Marradi:

"Circa il rifacimento della pila di codesta fonte per il mantenimento dell'acqua per servizio di codeste Monache, sopra di che ultimamente Vossia mi riferisce, ho presentemente da dirgli che dette Monache non vogliono più l'acqua capta a tenore della concessione fattali dal Pubblico, ma d'alzare in modo la loro vasca che non possa più alcuno aver uso dell'acqua, come dicono aver sempre avuto da tempo memorabile in qua, sopra di che non manchi di informarmi se si vada operando fuori dal solito e in pregiudizio del Pubblico, nel qual caso farà anco sospendere quel lavoro che stanno facendo".        
Saluto cordialmente, Firenze  13 dicembre 1735 

Il Granduca Giangastone morì nel 1737 ma negli anni precedenti erano già cominciate le lotte per la sua successione, visto che non aveva eredi. I due contendenti erano il Re di Spagna e l'Imperatore d'Austria, che alla fine ebbe la meglio. Nel 1735 il Re di Spagna mandò un esercito in Toscana e un certo numero di Spagnoli rimase per un po’ a Marradi. Il loro comandante pretese che il Comune pagasse la pigione della casa occupata dai suoi soldati e volle anche i soldi per comprare il fieno del suo cavallo, anche se non ce l'aveva.


Il Cancelliere Nuti scrisse a Firenze e gli risposero così:


"In risposta al contenuto del suo messaggio del 6 febbraio riguardo alla pigione della casa in cui furono aqquartierati i soldati spagnoli, non è del tutto solito che si paghi in alcun luogo e da chicchessia, però ella non faccia sopra di ciò alcun passo e lasci correre. Sta bene che abbia fatto pagare da detta Comunità le piccole spese occorse per l'esercizio dei medesimi soldati e circa la pretesa del comandante di avere la porzione di fieno per il cavallo benché non l'abbia e non lo tenga, potrà cercare di prenderlo con buona maniera di desistere dalla medesima, ma quando non gli riesca e se insiste nella sua opinione bisognerà avere pazienza e somministrargli quella porzione che ha prevista". 
E resto,  Firenze 16 febbraio 1735 

Anche l’imperatore d’Austria mandò in Italia un esercito e nel 1735 una banda di Ungari si aqquartierò a Brisighella, a riscontro degli Spagnoli che erano a Marradi.
Stava per scoppiare una guerra ma le diplomazie si misero al lavoro e il peggio fu evitato. Il comandante degli Ungari era il nobile Nadasti, un tipaccio che si comportava più o meno come il suo collega di Marradi. Il copione era sempre lo stesso: si avanzava una pretesa assurda, che non poteva essere soddisfatta e poi seguiva una richiesta di soldi per chiudere la questione.

Ecco come racconta il fatto lo storico Antonio Metelli:

“ … distesisi alle vernali stanze in grandissimo numero gli Alemanni, co' fieri ceffi, con soldateschi pigli, con le continue e importune richieste i pacifici abitatori spaventarono e molestarono. Capo di questa gente era un generale ungherese, Nadasti di casato e di stirpe nobilissima ma bestione quanto altri mai. I Governatori lo avevano alloggiato nel palazzo dei Fregnani e si studiavano di mantenerlo ben edificato verso di loro, e veniva pasciuto a tutte spese della Comunità. 
Un giorno che il Magistrato aveva fatto venire apposta dei bellissimi pesci da Rimini, esclamò di volere aringa fresca e diede nelle furie e minacciava se subito non la portassero. Più si ingegnavano di persuadergli che quella sorta di pesce si pescava solo ne' mari di Germania e più si imbestialiva. Mancava quindi il modo alla Comunità di soddisfare al suo desiderio. Pregarono perciò con molta umiltà di accettare il denaro necessario per farne procaccio da se stesso per mezzo dei suoi, in modo da mettergli in mano alcune monete d'oro ...".



Il Capitanato di Marradi comprendeva anche Palazzuolo e pagava lo stipendio dei maestri elementari. Anche in questo si lesinava, date le ristrettezze di bilancio, ma il capitano Nuti probabilmente  non poté ignorare questa lettera:


"Carlo Fabbrini, maestro di scuola pubblica in Palazzuolo, gl'espone come avendo esercitato tale impegno per lo spazio di ventotto anni e perché desidera sempre più che resti servito il Pubblico, ritrovandosi settantenne supplica un suo decreto concedergli per aiuto il reverendo chierico Guido Bertini di venticinque anni, di buoni costumi, che da dieci anni ha frequentato le Scuole Pie di Firenze"                          Palazzuolo, primavera del 1735   

Quasi certamente il capitano Nuti avrà detto di no a quest'altra lettera, dalla quale apprendiamo che davanti alla chiesa arcipretale, dove ora ci sono i giardini pubblici, c'era un cimitero malandato:




"Davanti al Gonfaloniere e ai Rappresentanti il Capitanato di Marradi e al sig. Cancelliere comparisce l'arciprete di Marradi, e brevemente espone e gli rappresenta come ritrovandosi in pessimo stato il cimitero e la piazzetta che esiste davanti alla Pieve di S.Lorenzo di detto luogo, con esserci molte buche e consumato il lastrico, si rende impraticabile e specialmente nell'inverno a cagione del fango e dello stagnamento delle acque, domandò e domanda, fece e fa reverente istanza di far restaurare detto cimitero e piazzetta e facciata di detta pieve con quella spesa che sarà giudicata necessaria dal signor ingegnere Bettini ...
... et servatis  servandis ...  anno 1735   o   1736


Fonti Archivio storico del Comune di Marradi, filza dei rescritti degli anni 1731 - 1736
al tempo del capitano Giovan Michele Nuti.


giovedì 1 dicembre 2016

La chiesa di S.Adriano

Una chiesa forse ricavata 
da un granaio
ricerca di Claudio Mercatali




S.Adriano è un paesino che ha una sua storia. Il nome in antico era Scola, che deriva dal latino medioevale scholae, cioè della classe, del gruppo. Nell' Alto Medioevo una scola era un gruppo di abitanti organizzati in una comunità di confine, un po' agricoltori e un po' armigeri.
Era un tipo di insediamento che risale addirittura ai Bizantini dell' Esarcato di Ravenna, per i quali l' alta valle del Lamone era un territorio da difendere dai Longobardi che premevano dal Mugello.




Dell 'insediamento di allora non ci è giunto niente e i primi documenti risalgono alla fine del Quattrocento. 
Don Anselmo Fabbri dice che in alcune carte conservate nell' archivio della parrocchia c'è scritto che alla fine di quel secolo era parroco un certo don Priamo Razzi, forse imparentato con la famiglia Razzi di Marradi. 
In canonica c'è anche un bello stemma di famiglia, in arenaria scolpita, che ha appunto tre razzi, tre frecce, in un campo rosso al centro.

Stemma dei Razzi






S.Adriano e le terre circostanti nel 1822. Mappa estratta dal Catasto leopoldino.


La chiesa era ricca, perché la campagna qui attorno ha una buona resa agraria. Per questo la parrocchia toccava spesso ai preti figli dei marradesi più agiati, come i Pescetti, che per tante generazioni furono notai e scritturali.
Una scritta su un' architrave dice che nel 1691 don Aloisio Pescetti costruì la camera da letto sottostante, e il suo successore Cesare Pescetti ebbe cura di scavare il pozzo (1723).
Evidentemente questi due parroci ci tenevano a trasmettere ai posteri queste loro iniziative, che a dire il vero non sono un gran che.


Di fianco, la lapide: 
Aloisius Piscettius 
praefectus cubiculum excitavit ...




La chiesa attuale è probabilmente del Seicento, ristrutturata nel Settecento.
La facciata è recente e fu costruita in occasione dell' ampliamento del 1905, quando la chiesa fu allungata di una quindicina di metri perché era divenuta troppo piccola, visto che gli abitanti della frazione allora crescevano continuamente. Il progettista prese a modello la chiesa arcipretale di Marradi e così questa è la copia in piccolo di quella.



La facciata attuale è del 1905,
copia quasi identica della
arcipretale di S.Lorenzo
a Marradi
 















L'interno è sobrio ed elegante, con decorazioni della fine del Seicento o del Settecento, sicuramente rimaneggiate più volte nel tempo. Le proporzioni sono un po' falsate a causa dell' allungamento della navata del 1905.

Il quadro dell'altare laterale rappresenta il martirio di Adriano di Nicomedia. Costui era un ufficiale pagano di guardia a un gruppo di cristiani condannati a morte, che cantavano felici. Si convertì anche lui e fu giustiziato, mediante il taglio degli arti.






Gli eleganti altari laterali



Clicca sulle immagini
se le vuoi ingrandire













Don Anselmo è veramente gentile e mi fa visitare anche la canonica. In una stanza c'è questo bellissimo tabernacolo, di legno scolpito e pitturato, che viene dalla chiesa di Grisigliano.















L'esterno dell'edificio è particolare, perché la canonica è di lato rispetto alla chiesa e forma un complesso articolato e ben proporzionato. 
La planimetria era sostanzialmente così già agli inizi dell' Ottocento.














Nel Settecento sul retro della chiesa e attaccata ad essa fu costruita la casa del contadino. 
Questo lato ha fatto discutere gli esperti in costruzioni, perché il fianco della chiesa non rispetta nessuno dei canoni costruttivi di un edificio di culto. Qualcuno ipotizza che l'edificio in realtà sia nato come magazzino per il grano e sia stato trasformato in chiesa in un secondo tempo.
  
La casa del contadino attaccata
alla chiesa e il fianco della medesima.

  
Anche il campanile lascia spazio a qualche supposizione, perché lo spessore dei muri alla base sembra esagerato per un costruzione tutto sommato non molto alta. Può darsi che il basamento fosse quello di una casa torre medioevale, capitozzata e adattata a campanile, come nella chiesa di Popolano.